La comunità diocesana di Ragusa in festa per l’ordinazione sacerdotale di don Alessio Leggio
A presiedere la solenne celebrazione eucaristica mons. Giuseppe La Placa, vescovo di Ragusa, insieme a numerosi presbiteri della diocesi, religiosi, seminaristi e fedeli laici.
L’ordinazione di don Alessio è fonte di speranza per la Chiesa locale, frutto di anni di formazione, preghiera e accompagnamento, sia da parte del seminario che della comunità diocesana.
Alessio Leggio si è formato nella parrocchia Ss. Ecce Homo di Ragusa. A settembre 2018 è stato ammesso all’anno propedeutico e l’anno successivo è entrato al seminario San Mamiliano di Palermo dove ha proseguito gli studi di teologia. Il 12 dicembre 2021 è stato ammesso tra i candidati agli ordini sacri.
L’11 dicembre 2022 è stato istituito lettore e l’8 marzo 2024 accolito. Nel settembre del 2024 ha concluso il suo percorso di studi conseguendo il baccellierato in Sacra Teologia. Il 9 novembre 2024 il Vescovo Giuseppe, con l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione, ha conferito ad Alessio il sacramento del diaconato.
Don Alessio Leggio, dopo aver ricevuto l’Ordine sacro del Presbiterato, ha presieduto, per la prima volta l’Eucaristia, domenica 29 giugno, nel giorno stesso della solennità dei Santi Pietro e Paolo alle 11 presso la parrocchia Ss. Ecce Homo a Ragusa, comunità a lui cara.
Alle 18 ha celebrato la Messa presso la parrocchia San Giovanni Battista in Santa Croce Camerina, altra sede significativa del suo percorso spirituale e pastorale.
Appuntamenti che rappresentano non solo il culmine di un cammino di formazione e discernimento, ma anche l’inizio di un nuovo ministero, vissuto nel segno del servizio, della carità pastorale e della fedeltà al Vangelo.
Omelia per l’Ordinazione Sacerdotale del Diacono Alessio Leggio
Carissimi fratelli e sorelle, oggi il Signore ci ha convocati per vivere un evento che porta in sé il respiro e la luce della Pentecoste: l’effusione dello Spirito Santo che consacra Alessio Presbitero di Cristo e della Chiesa. Rivolgo un saluto affettuoso ai Confratelli Presbiteri e Diaconi, alle anime Consacrate, ai nostri amatissimi seminaristi, alla comunità parrocchiale dell’Ecce Homo – dove è nata e cresciuta la vocazione di Alessio – e a quella di Santa Croce Camerina, che lo ha accolto con affetto durante l’anno di diaconato.
Un sentito ringraziamento va ai formatori del Seminario di Palermo, dove Alessio ha ricevuto la sua formazione umana, spirituale e teologica, e ai suoi compagni di studio, giunti anche da altre diocesi della Sicilia. Un saluto particolarmente grato e affettuoso lo rivolgo alla famiglia di Alessio: a voi va il grazie mio personale e quello di tutta la nostra Chiesa locale, per la discrezione con cui avete saputo custodire, e per il sostegno con cui avete accompagnato, il suo cammino vocazionale. Oggi, nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, il Signore vi rende partecipi in modo nuovo e più profondo della sua vita e della sua missione.
Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, il Risorto si rivolge a Pietro con una domanda che tocca il cuore di ogni vocazione: «Simone di Giovanni, mi ami tu?» (Gv 21,15). Non gli chiede: «Hai capito tutto? Sei pronto a guidare la Chiesa?». Va dritto al cuore: «Mi ami tu?». Nel dialogo con Pietro, Gesù usa per due volte il verbo ἀγαπάω, il verbo dell’amore totale, gratuito, divino. Ma Pietro però risponde con il verbo dell’amicizia, dell’affetto: «φιλῶ σε», «ti voglio bene», dice, «ti sono amico». Un amore più umano, più fragile, ma sincero. Alla terza domanda, è Gesù a scendere sul terreno di Pietro, ad accettare il suo amore imperfetto: «φιλεῖς με;», chiede, «Mi vuoi bene?». E Pietro, con umiltà, ripete: «φιλῶ σε», «ti voglio bene» (cf. Gv 21,15-17).
Gesù non pretende da Pietro ciò che ancora non può dare. Accoglie quel poco che Pietro può offrire – un amore fragile, ferito – e lo rilancia: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,16). Non dice «le tue», ma «le mie pecorelle». Perché ciò che ci viene affidato, carissimo Alessio, non ci appartiene. È tutto di Cristo: suo è il gregge, sua è la Chiesa, suo è il popolo santo di Dio. A noi non è chiesto di possedere, ma di custodire ciò che è suo, con la vigilanza del pastore e la fedeltà del servo. «È consolante – osservava Benedetto XVI – sapere che Gesù accetta anche un amore limitato, che lo prende sul serio, e su di esso costruisce. È così che Pietro, pur con la sua debolezza, diventa roccia» (Omelia, 7 maggio 2006). Il Signore, caro Alessio, non ci chiederà mai un amore perfetto, ma un amore vero. Non temere se il tuo amore non sarà sempre all’altezza; tu ama come puoi, coma sai, come sei: lui lo accoglierà. Sempre.
La prima lettura ci ha condotti davanti alla Porta Bella del Tempio. Pietro e Giovanni vi salgono per la preghiera, e lì incontrano un uomo storpio dalla nascita, seduto a mendicare. Non gli danno ciò che chiede, ma qualcosa di infinitamente più grande: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!». Oggi, come Pietro, anche tu entri nella storia ferita dell’umanità. Ricevi il potere e la missione di rialzare l’uomo, di restituire speranza, di annunciare con la tua vita che Cristo è vivo e continua ad agire nel mondo attraverso la tua parola, il tuo sguardo, la tua vita donata.
Papa Leone, parlando nei giorni scorsi ai Rappresentanti Pontifici, ha richiamato questa pagina degli Atti per descrivere la natura del ministero di Pietro: «Quell’uomo storpio, seduto a mendicare» – commentava il Papa – «è l’immagine di un’umanità che ha perso la speranza ed è rassegnata. Anche oggi la Chiesa incontra uomini e donne che non hanno più gioia, che la società ha messo ai margini, o che la vita ha costretto, in un certo senso, a elemosinare l’esistenza» (10 giugno 2025).
Carissimo figlio, questa è l’umanità alla quale il Signore oggi ti invia: un’umanità fragile, ferita, spesso piegata dal dolore e dalla solitudine. A questa umanità, come Pietro e Giovanni, anche tu sei mandato non con ricchezze materiali, ma con la potenza del Nome di Gesù. Noi non abbiamo oro né argento (cf. At 3,6), ma portiamo in vasi di creta (cf. 2Cor 4,7) il dono più prezioso: la grazia di Dio che guarisce, rialza e salva. Come Pietro, dovrai fermarti accanto a chi soffre, non con parole astratte o consolazioni vuote, ma con gesti concreti di prossimità. Dovrai imparare, come lui, a “fissare lo sguardo” su chi ti sta davanti, a riconoscere in ogni volto un fratello, una sorella, un mistero da accogliere con rispetto e amore. Perché – come dice il Papa – «guardarsi negli occhi significa costruire una relazione». E il sacerdote è prima di tutto un uomo di relazioni, un uomo di comunione, un fratello tra i fratelli.
La prima relazione che sarai chiamato a costruire e far crescere è quella con i tuoi Confratelli presbiteri. Allo storpio che gli sta davanti Pietro dice: «Guarda verso di noi!» (At 3,4). È significativo che Pietro non parli a nome proprio, ma insieme a Giovanni. Il ministero non si vive in solitudine. Non si è preti da soli. La fraternità non è un ornamento, ma una dimensione costitutiva dell’identità del presbitero. Il Presbiterio non è un club di navigatori solitari, ma una fraternità generata dall’unzione dello stesso Spirito e radicata nel medesimo amore per Cristo e per la Chiesa. Oggi il Signore ti affida non solo il compito di custodire questa comunione, ma anche quello di promuoverla ogni giorno, con pazienza, carità fraterna e con il coraggio mite del Vangelo. La tua forza verrà dal saperti membro di un corpo più grande, che cammina insieme, sotto la guida del Vescovo, in ascolto dello Spirito e al servizio del popolo di Dio. In questa comunione troverai il sostegno, la gioia e la fedeltà quotidiana che sola rende fecondo il tuo ministero.
Fra poco saranno i tuoi Confratelli a imporre le mani su di te, a invocare lo Spirito Santo, ad accoglierti nella fraternità del Presbiterio. Questa accoglienza sarà visibile nell’abbraccio di pace che scambierai con il Vescovo e con ciascuno dei Sacerdoti. Un segno semplice, ma denso di significato: un segno che esprime la comunione nel ministero e tra di noi. Se, come afferma san Paolo, «tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1Cor 12,13), allora tra noi presbiteri – e tra noi e il Vescovo – non può che esserci un vincolo profondo di unità. Una comunione che va custodita con cura, difesa da tutto ciò che la può incrinarla: la lamentela sterile, il giudizio facile, la mormorazione sottile, “tarlo silenzioso, come lo definiva san Bernardo, che corrode il tessuto della fraternità e offusca il volto di Cristo nella sua Chiesa. Noi, invece, proprio in forza dell’ordinazione, siamo chiamati invece ad essere «icona viva di Cristo Capo e Pastore» (cf. Pastores dabo vobis, 15). E come Cristo ha amato i suoi fino alla fine, così anche noi siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri, per rendere credibile e visibile il Vangelo che annunciamo.
San Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che la vocazione non nasce dagli uomini, né si apprende sui banchi di scuola. Scrive con forza: «Non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,12). La chiamata è un mistero che scaturisce dall’iniziativa libera e gratuita di Dio. È un dono, non un dritto; una grazia, non una conquista. Questo vale anche per te. Il Signore ti ha guardato con amore, ti ha scelto non perché fossi il più capace, il più meritevole o il più pronto, ma perché il suo amore è più grande delle tue fragilità, e la sua potenza si manifesta nella debolezza (cf. 2Cor 12,9). E per questo, tra poco, compirai uno dei gesti più solenni e toccanti della liturgia: ti prostrerai a terra, davanti all’altare, davanti alla Chiesa, davanti a Dio. Quel gesto parla da sé. È il tuo corpo che si fa preghiera, invocazione, consegna totale. Ma è anche il gesto del povero che tutto riceve, del figlio che si affida, del servo che si rende disponibile: «La prostrazione – scrive Sant’Agostino – è la postura del cuore che si umilia davanti a Dio, riconoscendo la sua grandezza e la nostra piccolezza» (Confessioni, Libro 10).
Mentre sarai disteso per terra, l’assemblea invocherà l’intercessione dei Santi. In quel momento, è la Chiesa intera che, vedendoti prostrato davanti all’altare, si stringe attorno a te e, come madre premurosa, chiede per te la grazia di accogliere il dono che stai per ricevere. Quella preghiera corale è come un abbraccio che ti avvolge nel momento della tua totale consegna. È commovente pensare che, in quell’istante, tutta l’assemblea – sacerdoti, familiari, amici, fedeli – preghi per te e invochi Maria, gli apostoli, i martiri, i santi e le sante di ogni tempo, chiedendo che tu sia custodito, accompagnato e reso fedele nel ministero che ti viene affidato.
Carissimo Alessio, ricordalo sempre: il dono che oggi ricevi ti è concesso in forza della comunione con la Chiesa. Non è un dono privato, personale. È un dono ecclesiale, che ricevi nelle mani della Chiesa, per essere custodito e vissuto nel cuore della Chiesa, e offrirlo con amore a tutta la Chiesa. Per questo, davanti al popolo di Dio, pronuncerai il tuo “Sì” a Cristo e alla Chiesa. Lo farai con le promesse sacerdotali, con le quali ti consegnerai al Signore dicendo: «Sì, lo voglio». Con queste parole assumerai impegni che coinvolgono tutta la tua vita: prometterai di essere fedele dispensatore dei misteri di Dio, di annunciare il Vangelo con la parola e con la vita, di perseverare nella preghiera, di vivere in comunione con il Vescovo e i fratelli presbiteri, di conformare la tua vita a quella del Buon Pastore. Tra queste promesse, ce n’è una che tocca il cuore stesso del ministero e dell’identità del presbitero: la promessa di obbedienza al Vescovo diocesano e ai suoi successori.
Questa promessa la farai con un gesto semplice, ma radicale. Porrai le tue mani nelle mie e prometterai a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza. Non è sottomissione. È un atto di fede. È riconoscere che la Chiesa non si fonda su iniziative individuali, ma sulla comunione apostolica, il cui centro visibile è il Vescovo, successore degli Apostoli e principio di unità. Con quella promessa dirai, con tutto te stesso, che non ti appartieni più; che non sarai un “prete per conto tuo”, intento a cercare ciò che è comodo o conveniente, ma un presbitero della Chiesa. Inviato non da te stesso, ma da Cristo, attraverso le mani del Vescovo. In quel momento farai tuo lo spirito di Gesù, che ha detto: «Il mio cibo è fare la volontà del Padre» (Gv 4,34), e ancora: «Non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,38). La tua obbedienza, lo sai, non sarà sempre facile. Ma sarà feconda se vissuta come sequela di Cristo, che «pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8).
Alessio, da oggi – come Gesù – sei chiamato a stare tra la gente con il cuore del Pastore. Un cuore capace di sentire l’odore del gregge, di gioire con chi è nella gioia e di piangere con chi è nel pianto. Ricorda: non basta “fare il prete”. Occorre essere padre, fratello, compagno di strada. Il ministero che oggi ricevi non è un mestiere da svolgere, ma una vita da donare, giorno dopo giorno. Nessuno ti chiederà di salvare la Chiesa: l’ha già salvata Cristo, una volta per sempre, con il suo sangue. Ma ti sarà chiesto – questo sì – di offrire la tua vita per lei, come fa lo sposo con la sposa. Di consumarti per amore, con cuore semplice e indiviso, con mani che benedicono e accolgono, con parole che annunciano il Vangelo e con il coraggio di tacere, quando è il silenzio ad essere più eloquente della parola.
Il Signore ha scritto con te una storia bella, intessuta di grazia e di fedeltà. Una storia che affonda le sue radici nella tua famiglia, nelle comunità parrocchiali che ti hanno visto crescere, e nel Seminario, dove il tuo cuore si è lasciato guidare e plasmare dalla grazia. Ma questa storia non è conclusa. Il Signore continuerà a scriverla, con la stessa fedeltà e creatività, nella comunità che si appresta ad accogliere i tuoi primi passi nel ministero presbiterale. Una comunità che imparerai a conoscere, ad amare, a servire, e che – come tu stesso hai desiderato – scoprirai alla fine di questa celebrazione, quando ne darò l’annuncio a tutti.
Carissimo Alessio, la tua ordinazione è un “sì” che oggi si fa canto di gratitudine e che domani ripeterai nel silenzio della preghiera, nel sacramento della riconciliazione, nell’Eucaristia celebrata e adorata, nel servizio umile e nascosto di chi ama e si dona senza riserve. Oggi inizia per te un nuovo cammino. E non lo farai da solo. Accanto a te ci sarà il tuo Vescovo, i tuoi confratelli presbiteri, la tua famiglia, i tuoi amici, e tanti fratelli e sorelle che oggi pregano e gioiscono con te e per te. Ma soprattutto, ti sarà accanto Maria, Madre dei sacerdoti. Guardala spesso. Nei suoi occhi troverai la forza di accogliere e custodire la Parola, anche quando sembra tacere. Dalle sue labbra imparerai il coraggio di dire ancora “Eccomi”, anche quando la strada si fa impervia. Ai suoi piedi, sotto ogni croce, scoprirai la dolcezza della fedeltà e la forza di restare, non per dovere, ma per amore.
Possa il tuo ministero nascere e rinascere sempre da questo sguardo. Solo così potrai essere veramente testimone dell’amore che salva e della speranza che mai delude. E quando il cammino si farà faticoso e il passo incerto, non dimenticare: Gesù è lì, sulla riva del tuo lago, come quel giorno a Tiberiade. Ti guarda con amore, ti chiama ancora per nome, e con infinita tenerezza ti ripete: «Seguimi» (Gv 21,19). Lì troverai la tua gioia. Lì il tuo ministero sarà fecondo. Lì la tua vita sarà piena. Amen.
