Si chiude l’anno e si continua a discutere in maniera sterile sulla crisi del centro storico

Se non ci saranno interventi delle ultime ore del 2018, al consigliere comunale Mario D’Asta andrà la palma di ultimo staffettista della infinita corsa al dibattito sulla crisi del centro storico superiore.
Un dibattito che, finora, non ha portato a nulla perché tutti gli amministratori e, segnatamente, quelli allo sviluppo economico, non hanno lo straccio di una idea concreta su quello che si dovrebbe fare.
Del resto, anche tutti quelli che sono intervenuti finora non hanno mostrato di avere idee chiare, nessuno ha avanzato proposte, tutti si sono rifugiati nell’appello costruttivo o nella critica a priori all’amministratore di turno, per sollecitare una inversione di tendenza.
Come fa D’Asta, nell’ultimo comunicato, dove parla di centro storico essenziale per il rilancio strategico della città e di necessità di operare al più presto per evitare che non resti nulla su cui mettere le mani.
Il problema è che non ci sono soluzioni a breve termine, nessuno ha la bacchetta magica per riparare ad una serie di errori del passato che hanno inciso nel corso di anni passati e solo nel corso di anni futuri possono essere rimediati, sempre che si riesca, con politiche opportune.
Hanno goduto i ragusani quando sono riusciti ad eliminare le auto dalla via Roma per lo struscio serale, hanno goduto per l’aria non inquinata, ora riscuotano i risultati.
I progetti illustrati dal sindaco Cassì nel corso dell’incontro con la città sono di prim’ordine e in grado di trasformare la città senza le farneticazioni di architetti e urbanisti alle quali siamo abituati da anni.
Nessuno si è voluto adeguare alle legittime esigenze dell’abitare moderno e ai cambiamenti del mondo del commercio, non solo a livello locale.
D’Asta paventa la chiusura di altri due esercizi pubblici in centro storico, ma questi sono episodi marginali, perché altrettanti, se ne ha notizia, apriranno a breve.
Un locale non chiude perché c’è la crisi del centro storico, chiude perché è in crisi il locale stesso, non ha caso quelli che aprono sono estensioni, ampliamenti di attività che vanno a bomba, di locali quasi sempre con il tutto esaurito, dove si fa la fila per entrare.
Chiudono i locali che sono gestiti con protervia e testardaggine, che vogliono imporre gusti, mode e tendenze invece di seguire i desideri della clientela. E un locale è anche questione di cortesia, di gentilezza, di accoglienza, di ambiente che lo frequenta, di servizio efficiente senza chiusure arbitrarie, disordinate e non avvisate alla clientela.
Anche il personale incide non poco, a Ragusa sono abituati a pagare poco professionisti usciti dalla scuola alberghiera e a raccogliere giovani alle prime esperienze che non sanno neanche gestire la macchina espressa, figuriamoci mettere su un drink o un cocktail decente.
Tutto questo è la crisi del centro storico, non il contrario.
Non si tratta di appeal della zona perché si va a fare colazione o a prendere un thè con biscottini al burro o a gustare un dolce in zone periferiche dove non c’è nessun appeal se non quello del locale.
Occorre inchinarsi alla triste realtà e dare vita a progetti seri che, comunque, non potranno vedere la definizione prima di anni, durante i quali incentivazioni, strategie di mobilità e quant’altro saranno inutili se non supportati da adeguate politiche di sviluppo economico e di marketing turistico che non mostrano, al momento, attori qualificati in grado di gestire l’emergenza.

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