di Cesare Pluchino
Il manager dell’Azienda sanitaria, Aricò, istituisce la polizia personale
“Con la presente si comunica che questa direzione ha sottoscritto con i signori Giuseppe Faraci e Carmelo Pellegrino, luogotenenti dei Carabinieri nella riserva già in servizio presso il NAS di Ragusa, un contratto di collaborazione”. Inizia in questo modo una disposizione dell’undici novembre scorso inviata dal direttore generale dell’Azienda sanitaria, Maurizio Aricò, a tutti i direttori di Unità Operative Complesse – ex primari – e per conoscenza persino ai suoi più stretti collaboratori, il direttore sanitario e amministrativo, con la quale autorizza i due carabinieri in pensione ad “accedere ad atti, acquisire copia, attingere informazioni sulle attività in essere o da sviluppare, raccogliere dati o dichiarazioni degli utenti e quant’altro utile a raggiungere gli obiettivi assegnati”.
Nella comunicazione si precisa ancora che detto personale è dotato di cartellino identificativo e che la disposizione consente loro di accedere ai servizi richiesti anche in maniera improvvisa e ove necessario anche nelle ore notturne.
Già uno immagina le telefonate nel cuore della notte presso le abitazioni dei primari, che verrebbero improvvisamente svegliati perché, in maniera improvvisa, i due luogotenenti della riserva dovrebbero accedere ad atti o raccogliere dati non meglio specificati nella missiva (cartelle cliniche, referti medici, risultati di analisi, computer aziendali?).
Allucinante solo immaginare il colloquio:
“Dottore, mi scusi, sono un carabiniere in pensione che vuole controllare il suo computer. Mi manda Aricò, pronto? Ma che fa, dorme?”
“Ma sono le quattro di mattina!”
“E allora? Io sono autorizzato a circolare anche di notte e arrivare all’improvviso, se lo ritengo opportuno. Allora che fa, viene o devo dirlo al suo direttore generale (anzi, al generale direttore)?”
La reazione dei sindacati non è stata pronta, visto che sono passati intanto otto giorni fra lo sgomento generale, ma è stata abbastanza decisa.
In una lettera firmata dai tre segretari generali, e dai tre segretari della Funzione Pubblica di Cgil, Cisl e Uil, si parla apertamente di illegittimità dell’atto perché privo di deliberazione, quindi di riferimenti normativi, …in contrasto con le prerogative dirigenziali, declassante rispetto agli organi di controllo interni (referente anticorruzione, referente sulla trasparenza, OIV, ecc.), difforme rispetto alla legge sulla privacy.
Si denuncia, ancora, eccesso di potere e della creazione, con tale atto, di un clima pesante, inquisitorio, di tipo poliziesco, che possa sfociare in attività delatorie senza fondamento, una caccia alle streghe vera e propria, minando la serenità degli operatori sanitari…”.
Fosse stato un documento duro non si sarebbe parlato di atto illegittimo e di richiesta d’incontro, ma della revoca immediata di un provvedimento palesemente privo di fondamenti legali.
Lo scivolone a cui, secondo il nostro modesto parere, è incorso Aricò, è abbastanza articolato.
In primo luogo egli, da direttore generale di un’azienda che, con un bilancio annuo superiore al mezzo miliardo di euro e con oltre quattromila dipendenti, si trova a capo della più importante organizzazione della provincia, ha dimostrato di non avere alcuna fiducia nel personale, sia esso esecutivo che di controllo e direzione, tant’è che è dovuto ricorrere a due persone di fiducia esterne.
Da un atto del genere par di capire che il livello d’illegalità nell’ambito aziendale sia talmente diffuso e massivo da avere coinvolto non solo la pressoché totalità del personale esecutivo, ma anche i suoi controllori.
In secondo luogo, per alcuni, non sembra sia percorribile un papiro che autorizza due sottufficiali della riserva ad accedere ad atti e dati che, sebbene non specificati, ma, visto l’ambito, che sono comunque da considerare riservati e per i quali, peraltro, persino la Procura deve fornire di un regolare mandato a chi deve requisirli o acquisirli in copia. Ci si chiede, quindi, com’è possibile che un direttore generale si sia rivestito di un potere pari, se non superiore, a quello di un magistrato inquirente senza essere sfiorato dal sospetto di avere – quanto meno – esagerato.
Infine non sappiamo quali siano i termini del contratto di collaborazione, dal momento che, pare, non si tratti di una regolare delibera, mancando, quindi, anche di quei riferimenti di legge che un tale atto impone, ma ammettiamo che la “prestazione” sia a titolo gratuito; sarà pur sempre giusto dare a questi due valenti investigatori almeno un rimborso spese minimo, dato che l’ambito di “operatività” copre l’intera provincia, sei presidi ospedalieri, quasi sessanta guardie mediche e un numero abbastanza importante di ambulatori.
Da quale capitolo di spesa verrebbe tratto tale rimborso e con quale delibera? E, visto che si tratta di una decisione solitaria, dato che i direttori sanitario e amministrativo ne sono stati informati “per conoscenza”, la delibera sarebbe adottata sempre in solitario?
Come si vede, i passi falsi o azzardati sono tanti e Aricò farebbe bene a revocare subito questa disposizione, così da dare serenità agli operatori e la meritata fiducia ai loro dirigenti.
Al momento, pare non sia stata sufficiente nemmeno la sua lettera inviata il 19 scorso a tutti i primari, probabilmente dopo aver ricevuto la protesta dei sindacati, con la quale si ribadisce che tale provvedimento non vuole creare un clima di sospetto e che la fiducia nella maggior parte degli operatori è fuori discussione.
Il problema è che il provvedimento resta valido e non si chiariscono – ancora – i limiti d’azione di questi due “investigatori”.
Ci sono già abbastanza controllati e controllori, non solo in ambito sanitario, quindi è meglio evitare di istituire una polizia che non è nemmeno privata ma personale.
