Una storia antica tirata fuori da Stefania Campo

Sembrerebbe una tipica storia da leggere sotto l’ombrellone, possibilmente vicino al sito protagonista della stessa.
Una storia che solo gente del calibro di Stefania Campo, l’onorevole del Movimento 5 Stelle, già assessore della Giunta Piccitto, è capace di tirare fuori. Non è certo materia per le composte opposizioni che, da sempre, occupano gli scranni di Palazzo dell’Aquila, anche se dobbiamo rilevare che, in occasione delle prime indagini, che risalgono al 2014, non fu dato ampio risalto all’argomento, come avrebbe meritato.

La storia riguarda il vecchio cimitero di Marina di Ragusa, che si trovava alla fine del lungomare Andrea Doria, fra la spiaggia del lungomare e la vecchia spiaggia ‘degli americani’, nell’area dove c’era il vecchio depuratore, area poi riqualificata dall’amministrazione grillina con i fondi erogati per ristoro ambientale dalla ditta che gestisce l’elettrodotto Italia Malta che, nella stessa zona lascia la terraferma per inoltrarsi nel mare.

Che fine ha fatto l’ex cimitero dei “mazzareddi”?
La storia del cimitero scomparso (di Stefania Campo)

“Se non fosse per l’oggetto del contendere, questa potrebbe essere una storia estiva, di quelle che si raccontano sotto gli ombrelloni, in questo periodo opportunamente distanziati.

Da una curiosità naturale e da mille fogli opportunamente conservati dentro un fascicolo del Comune di Ragusa, sono venuti fuori dei fatti. Fatti strani ovviamente, altrimenti non ci sarebbe una storia da raccontare.

Ci siamo infatti accorti di un cimitero scomparso. Un cimitero vicino al mare: il vecchio cimitero di Mazzarelli, di Marina di Ragusa.

E la vicenda è quanto mai seria e grave: a Marina di Ragusa, lungo l’arco di un trentennio, è scomparso il cimitero più antico. Inglobato dalle diverse strutture ricettive che negli anni del boom economico si sono sviluppate nella zona.

Era vicinissimo all’acqua, attaccato alla cosiddetta “spiaggia degli americani”, alla fine del Lungomare Andrea Doria, ora sembra esser stato inghiottito dal dubbio. Abbiamo chiesto accesso ed aperto fascicoli e mappe, ricucito eventi e passaggi, rintracciato atti amministrativi firmati dai vari sindaci che si sono avvicendati a Palazzo dell’Aquila e cercato di arrivare a un punto. Più la verità sembra vicina, però più qualcosa ci allontana. Una forza occulta? Un mugugno di gente viva, che ci ha piantato le tende? Ancora non so, non sappiamo, cosa impedisca di procedere lisci.

Ebbene, tutto può essere frenato, ma un cimitero mica può scomparire nel nulla; prima o poi qualcosa s’alzerà da sotto il velo che copre questa storiella senza finale, ancora.
Una cosa l’ho scoperta con sorpresa: già nel 2014 qualcuno aveva cominciato a domandare, a destra e a manca, è proprio il caso di dirlo. Un paio di testate locali avevano dedicato spazietti al mormorio che s’alzava sul cimitero scomparso sotto le tende dell’oblio.

“Quel pezzo di terra di 2200 metri quadri circa – ci si chiedeva – è ancora proprietà del Comune di Ragusa?
E se lo fosse, come qualcuno sostiene, che uso se ne dovrebbe fare? È stata fatta un’indagine approfondita che possa escludere la presenza di resti umani in zona?”.
Qualcuno rispose a questa semplicissima domanda, come era giusto che fosse, e si cominciarono ad aprire vecchie carpette degli anni sessanta o, addirittura, cinquanta. Partirono anche degli accertamenti, delle missive, anche un lavoro certosino per definire tutti i contorni e i dettagli del caso. Come finì tutto questo?

Questa storia non può certo finire sotto “l’ombrellone”; è un fatto amministrativo, è un fatto che riguarda una memoria collettiva, un bene della nostra comunità; possiamo essere anche in emergenza Covid, o intenti a qualche settimana di sole e di famiglia, ma gli atti parlamentari che abbiamo depositato in questi mesi ci permetteranno prima o poi di sbrogliare questa matassa.

Il 4 dicembre dello scorso anno ho inoltrato una richiesta di accesso atti al Comune di Ragusa, sono andata a parlarne con funzionari e amministratori. C’era già il lavoro fatto dall’amministrazione precedente, gli uffici non cambiano, i dipendenti sono più o meno sempre gli stessi, quindi le storie le conoscono, ma sembra che per qualche anno tutto sia rimasto fermo nonostante certe cose fossero abbastanza chiare ed evidenti.

E non parlo solo di questi ultimi anni, mi riferisco a un trentennio almeno. Cambiano i sindaci e gli assessori e si perde sempre il filo, la “cima”, del discorso.

Così oltre all’accesso agli atti presentato al Comune di Ragusa e (so che il sindaco Cassì ha anche nominato un legale per affrontare la vicenda), ho investito della strana faccenda anche l’Assemblea regionale siciliana, ovvero quel Parlamento che dovrebbe essere costantemente luogo sia di confronto politico che di attività ispettiva e che, invece, troppe volte si trasforma anch’esso nel palazzo degli oggetti scomparsi.

Basti pensare che la mia interrogazione è stata consegnata non ieri, ma il 9 dicembre del 2019: cinque giorni dopo la richiesta di accesso atti al Comune di Ragusa, e ancora dopo ben nove mesi non abbiamo uno straccio di risposta.
Ma l’assessore regionale dovrà arrivare in Aula, dovrà portare documenti e spiegazioni. Lo Statuto della Regione siciliana, l’art. 32, assegna proprio al governo regionale i beni del demanio dello Stato, compreso il demanio marittimo e le acque pubbliche esistenti, non si scappa. Non c’è un altro soggetto su cui scaricare il barile. E siccome sta alla Regione provvedere d’imperio gli abbiamo fornito anche le risultanze messe nero su bianco, a pagina 87, sul cosiddetto “Piano di utilizzo del demanio marittimo”: “… A seguito dei sopralluoghi effettuati e dell’analisi storica, si ritiene che tali concessioni non siano state poste in essere, per cui si ritiene che debbano essere revocate. Le condizioni di erosione del litorale … e quelle di sovraccarico dell’arenile inducono inoltre a non considerare nuovamente ammissibili tali concessioni.”

Cosa serve a questo punto, quindi? È necessaria la chiarezza.

Senza nulla togliere ai diritti legittimi di chi, magari senza colpe, si sente autorizzato all’utilizzo delle stesse superfici, il nostro Comune deve essere in grado di completare l’analisi storica sui luoghi e sui passaggi amministrativi che si sono succeduti negli anni. E ci sembra che su questo non potranno esserci tentennamenti.
Dall’altra parte la Regione dovrà, necessariamente, avviare un procedimento di verifica con gli organi competenti per accertare che le concessioni siano state effettivamente revocate come imporrebbe il Pdum comunale, magari verificando che tutto sia regolare anche per le altre concessioni sull’Area B – Marina di Ragusa centro e Zona B1 – Ex Cimitero.

Solo così sapremo dov’è finito l’antico Cimitero di Mazzarelli e potremo essere in grado di rispondere alla domanda che venne posta, timidamente, nel 2014: “È stata fatta un’indagine approfondita che possa escludere la presenza di resti umani in zona?”.

E poi, mi sembra giusto che la memoria affiori definitivamente. È giusto per chi potrà dichiararsene legittimo “utilizzatore finale”, per coloro che hanno ancora tanti ricordi di quella Mazzarelli di una volta, e del suo piccolo ma caro cimitero, ed è necessario per dare ulteriore linearità alla documentazione amministrativa della nostra Città.
Facciamo ordine una volta per tutte su questa splendida area del nostro litorale e ne godremo tutti. Proprio tutti”.

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