Revisione della spesa pubblica e la casta dei burocrati – Risponde il Direttore

Gentile lettore,
la ringrazio dell’intelligente scelta di non avere utilizzato il termine spending review per descrivere la scelta del governo di rivedere alcuni capitoli di spesa; ciò la pone al di fuori del novero di tutti quegli italiani che per piaggeria servile si riempiono la bocca di termini stranieri, il più delle volte utilizzati – questo è il caso della nostra politica – per nascondere una qualche puttanata alle spalle dei contribuenti.
E che si trattasse, anche questa volta, di un imbroglio, l’avevo capito già dall’adozione del termine inglese. Ci faccia caso: ogni volta che si tratta di propinare qualche polpetta avvelenata, il sistema (l’establishment, scriverebbe il solito collega lecchino) s’accatta un termine inglese.
Devi pagare un pizzo sulle prestazioni sanitarie? Beccati il ticket. Vuoi un vero capo? Eccoti servito il manager (che, poi, non vuol dire alto dirigente, che si dice executive); chi si è accorto della topica si è illuminato dell’idea del secolo: top manager. Cerchi il decentramento dei poteri dello Stato? Arriva la devolution.
Per tornare al problema, e mi scuso con i lettori della digressione, fu nominato alla revisione della spesa un commissario, Carlo Cottarelli, già alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale e, quindi, pratico di cifre. Gli dissero: “Caro Cottarelli, qui la spesa è praticamente fuori controllo e bisogna individuare tutti quei capitoli di spesa anomala per intervenire dove si può risparmiare”, in pratica si trattava di trovare quei buchi dai quali scappano fiumi di quattrini in spese improduttive.
Cottarelli si mise d’impegno e dichiarò che era possibile, solo intervenendo su 25 aree di spesa e senza grossi sacrifici, un risparmio di ben 32 miliardi. Del suo lavoro s’è saputo pochissimo, tranne su una lettera inviata a 200 centrali appaltanti, mentre nulla si sa su di un rapporto sulle società partecipate dello Stato.
Alla fine il commissario Cottarelli è stato ringraziato per il lavoro svolto e rinviato al FMI in qualità di direttore esecutivo. Promoveatur ut amoveatur, dicevano i nostri bisnonni, affinché le sue relazioni rimanessero ben serrate nei cassetti che contano.
Nessuna meraviglia, dunque, che questo commissario non abbia trovato feeling (ci sono cascato) con il premier Renzi. E non c’è nemmeno stupore nel sapere che i suoi eventuali provvedimenti sarebbero stati avversati proprio da quei grandi dirigenti – e consiglieri del presidente – che guadagnano, come lei specifica nella sua lettera, dai centomila euro in su: la sforbiciata avrebbe riguardato anche loro e in Italia, com’è noto, teniamo tutti famiglia.

 

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